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Venezia – Biennale 2009

Inaugurato lo spazio storico restaurato dall’architetto Tadao Ando che accoglie parte della collezione d’arte contemporanea di Francois Pinault, a Venezia. Gli spazi della Punta della Dogana accolgono da oggi circa 100 opere della collezione del magnate francese all’interno di un percorso espositivo che parte da Palazzo Grassi per la mostra Mapping the studio, curata da Francesco Bonami e Alison Gingeras.

Tra Giudecca e Canal Grande, sulla punta della Punta della Dogana è apparso un marmoreo fanciullo candido compatto e ciprioso. Ha appena pescato un ranocchio e lo mostra come un trofeo. E’ opera di Charles Ray, artista inglese vivente e provocatorio, tanto da usare un efebo come sirenetta veneziana, traccia contemporanea nel cuore della città museo e permanente segno a indicare che la collezione Francois Pinault è proprio lì alla confluenza delle acque.

‘Soprattutto è un ricordo di Mark Twain, perché Hackleberry Finn è un libro di culto di Charles Ray. In fondo è ‘come portare il Mississippi a Venezia’ spiega il curatore Francesco Bonami. Sarà, ma da questo punto meraviglioso, di fronte a tanto miraggio di città sull’acqua, pensare al Mississippi resta difficile. Venezia vince e il ragazzo con la rana sembra al massimo una scultura ellenistica.

Anche nell’interno dell’edificio ristrutturato da Tadao Ando inevitabilmente vince Venezia. Ando, da grande architetto qual è, non ha provato neanche a sfidarla. Le grate delle finestre sono omaggio ai cancelli di Carlo Scarpa. Le antiche capriate, i muri sbreccati di mattoni, sono stati puliti e restaurati e lì lasciati. I bigi masegni (blocchi di pietra che pavimentano la più antica Venezia) trovati qua e là tra le rovine della Punta sono stati raccolti, inventariati, numerati e composti come un puzzle a pavimentare il ‘cubo’: stanza intorno a cui tutto l’edificio ruota, e il percorso gira come la città intorno al campiello. E il percorso si apre con la leggera euforia da cabaret della spettacolare tenda di milioni perline, opera di Gonzalez-Torres, sipario sugli orrori e le meraviglie che sono solo un’esempio dei 3ooo orrori e meraviglie del genio contemporaneo raccolte da

Pinault. Sceglierne un centinaio per Francesco Bonami e Alison M.Gingeras non è stata impresa facile. Ordine ci voleva. E ordine è stato. La stanza della natura morta secondo i curatori è la prima che si incontra. Anche se per natura morta s’intende il cavallo impagliato di Maurizio Cattelan che pencola dal muro, lo spazio vuoto sotto cento diverse sedie, misurato dai calchi di resina colorati di Rachel Witheread o il dipinto tutto verde mela con mela verde, del pittore- pittore Glenn Brown.

E da qui via: verso la trasgressione infantile di Murakami pornografico ma rosa e celeste; i disastri della guerra nell’opera completa e terribile dei fratelli Chapman, infernale fin nel titolo ‘Fucking Hell’. Presepi in chiave horror con milioni di pupazzetti dai corpi dilaniati, sottoposti a indicibili torture, stragi, sterminii e ogni sorta di sadica invenzione.
E ancora via attraverso, la cripta meravigliosa dove Cattelan mette a terra in sequenza bianchi lenzuoli in marmo che nascondono cadaveri, osservati dai benvestiti e chicchissimi fantasmi delle foto alle pareti di Sugimoto. Per fortuna arrivano Fischli& Weiss col loro surreale buonumore qui in forma di antropologia del quotidiano che racconta l’assurdo vivere dei nostri giorni. Decine di bacheche raccolgono ritagli di planetaria pubblicità da patinate riviste per accompagnare la coppia contemporanea dal matrimonio al ( si suppone) divorzio, ovvero dall’abito da sposa alla pubblicità dei whisky e dei prodotti per single.

Ed così che qui si gira, si sale si scende, si finisce nel campiello centrale un tempio d’argento grazie a Rudolf Stingel, si guardano le opere, con meraviglia o fastidio( che è sempre un buon segno nell’arte), si inciampa nel panorama, l’unico in tutta Venezia che può mostrare nella stessa stanza tutti i due i grandi canali storici. ‘Sono tanti i curatori della punta: Pinault, Ando, l’edificio, la luce di Venezia, gli artisti e solo in fondo Alison ed io’ ovvero Bonami. Le fa onore tanta eleganza e distanza. ‘La distanza’, continua lui ‘è la caratterista di tutta l’operazione’. Leggeri distanziatori separano i quadri dalle pareti di mattoni antichi e friabili; tecnica distanza anche fra la nuova e la vecchia struttura che grazie ai parafernalia dello studio di Ando bascula impercettibilmente come una barca, e infine conclude Bonami ‘la distanza dall’opera, che è sofferenza da amore impossibile per ogni collezionista (Pinault compreso) che sa di poter comprare l’arte, ma mai possederla’.

Dunque meglio che la mostri a tutti, che la doni allo sguardo dei veneziani e dei turisti, che porti la peste contemporanea in tanta immobile bellezza. E che la porti proprio a due passi della Chiesa della Salute , sotto la statua della Fortuna che ruota e il volto seicentesco della vecchia che scaccia la morte da Venezia. Lì dove ora un bel fanciullo di non più di 13 anni e bianco come un biscuit ha appena preso un rospo dalla laguna. E lo mostra contento.