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Trenches, il disco d’esordio degli Stolen Apple

Trenches, Il Disco D’esordio Degli Stolen Apple

Trenches è il disco d’esordio della band fiorentina  Stolen Apple uscito a settembre 2016; band composta da Riccardo Dugini (voce e chitarre), Luca Petrarchi (voce, chitarre, mellotron, organo e synth), Massimiliano Zatini (voce, basso e armonica), Alessandro Pagani (voce, batteria, piano e percussioni).

La band si è formata a Firenze nel 2008 dalle ceneri dei Nest, autori di due lavori pubblicati rispettivamente per Urtovox/Audioglobe (“Drifting”, 2001) e Zahr Records/Blackcandy – Audioglobe (“Isnt’ it?, 2007). Del nucleo originario, (materiale e notizie su myspace.com/nestband) restano due membri fondatori, ovvero Riccardo Dugini (voce, chitarra), e Luca Petrarchi (voce, chitarra); a completare l’organico Massimiliano Zatini, già aggregato ai Nest come percussionista in alcuni esperimenti acustici e qui al basso, ed Alessandro Pagani (già batterista dei Subterraneans ed una delle menti di Valvola/Shado Records), presente nella formazione per un periodo a metà degli anni ’90 quando il gruppo era denominato Malastrana.
Il nome della band è stato ispirato dalla storia di Ernst Lossa, bambino jenish ucciso nel 1944 dai nazisti nell’ambito del loro programma di sterminio degli individui non autosufficienti, narrata fra gli altri da Marco Paolini nel suo spettacolo “Ausmerzen”.

Entriamo nei suoni di Trenches
Le sonorità del disco sono veramente interessanti, spaziano dall’ Alternative-Rock all’Indie. Il titolo dell’album Trenches ovvero trincee; Entriamo nei dettagli di cosa la band esprime in questo loro primo lavoro.

La mente dell’uomo è in trincea, o le trincee sono nelle nostre menti?
Le dodici canzoni del disco sono intrise di sonorità eterogenee e significati ambivalenti; l’album racconta esperienze vissute dentro e fuori la musica in un caleidoscopio di suoni grezzi e parole piene di intimità.
L’album di debutto (che non però non è tale, le canzoni parlano e ci dicono che dietro la musica ci sono anni ed anni di passione), richiama emozioni diverse canzone dopo canzone, trasportando l’ascoltatore a differenti stadi d’abbandono: non è questa la missione che la musica deve recare con sè?
Spogli d’ogni pregiudizio e lontano da tendenze del momento, Dugini, Petrarchi, Zatini e Pagani hanno voluto trasporre nel modo più naturale il loro suono ‘live’, alternando in chiave attuale stili personali ed originalità, pur tenendo sempre in mente l’immenso patrimonio artistico lasciato dai grandi del passato. Miscelando rock alternativo di varie scuole (soprattutto americano anni ’90), country desertico, psycho-punk, shoegaze, paisley underground, pop-noise, ballate acide e sonorità alt-country, il suono crossover della band coinvolge, mantenendo attitudine e capacità di risultare credibile muovendosi su un terreno difficile come è quello di chi fa musica oggi.
Un disco che è un libro aperto di ricordi, di storie condivise e di avventure: i dodici brani sono il risultato di un lavoro collettivo, seppure svolto senza esplicita progettualità. Perché l’unica cosa che conta è la libera circolazione di idee: ogni canzone è espressione dello spirito indipendente della band. Ed è per questo motivo – di assoluta autonomia compositiva e non necessaria ricerca della perfezione– che ogni brano ha sì una sua identità, ma altrettante sfaccettature e suggestioni sonore. Da ciò nasce il fine comune del gruppo, che è sempre stato il compimento della propria passione, senza vincoli legati ad asserzioni tecniche, mode, o coinvolgimenti esterni.
Trenches – dal titolo forte ed evocativo – ci lascia in eredità, se un messaggio un’opera artistica deve (e può) tramandare, un pensiero urgente, che difende le resistenze del tempo, e rivolge lo sguardo alle speranze della nostra adolescenza: laddove visioni futuristiche sono andate perdute, o sono state disilluse dal vanificarsi (a contatto con la realtà) di concetti relativi ad amore, pace e libertà, la musica riavvicina al sogno. Quello a cui l’uomo ambisce, e che il riparo nella trincee moderne, le ‘zone di sicurezza’ dove si celano le nostre fragilità, sta lentamente – ma inesorabilmente – cambiando le prospettive della vita.

Ecco le canzoni presenti nel disco:

Red Line – Una ballata psicotica con riverberi di sitar indiani e tamburi in lontananza ed un finale in crescendo.
Green Dawn – Tema rock incalzante con una chitarra che trafigge, una power-song con risvolti quasi punk ed un ritmo frenetico.
Fields of Stone – Una canzone acida, un ritmo che incalza, una melodia lacerante, una voce che graffia nel buio.
Pavement – Un inno al pop rock americano, questo brano quasi epico spezza il disco e dà respiro al tutto. Un riff cantalenante di chitarra sul quale riverberi neo-psichedelici fluttuano leggeri.
Falling Grace – Muro di suono per questa esplosione indie-rock con sfumature anni ’90, con ritmi tribali e voci che s’incrociano e si rincorrono come rondini in cielo.
Living on Saturday – Una pop-stoned song contaminata da richiami blues, ed un ritornello a tre voci in crescendo.
Mystery Town – Ballata rock desertica e a tratti liquida, con aperture west-coast ed una brillante slide-guitar.
Something in my Days – Canzone intima, con un ritornello intrigante ed una voce che si muove tra moods autorali e cambi di accordi.
More Skin – Una struttura rock dentro una canzone pop…..o una canzone rock dentro una struttura pop? Thin white pop!
Daydream – Testo ricavato da una poesia di Daniela Pagani, poetessa e prima cantante fiorentina ad aver partecipato allo Zecchino d’Oro nel 1970, scomparsa prematuramente a 22 anni. Accordi delicati ed un testo onirico fanno di questa brano una piccola perla.
Sold Out – Una scarica di adrenalina vera e propria, echi di punk che si fondono con voci psycho-wave dentro chitarre ruggenti ed un ritmo che non lascia tregua.
In the Twilight – Atipica rock-ballad in 3/4 dal tessuto suadente ed arioso, che dipinge un paesaggio sonoro inconsueto, e chiude l’album in maniera elegante.Hanno detto di Trenches: trincee . . . . .

“Questo è un disco solido, con canzoni costruite così come va fatto”. GIANLUCA RUNZA – RUMORE

“Un disco concepito alla vecchia, in aperta controtendenza con le derive elettroniche dell’indie nostrano, dotato di una produzione asciutta, da presa diretta. Belle storie di altri tempi”. DIEGO PALAZZO – BLOW UP

“brani energici, che non dimenticano l’importanza della melodia” – ROBERTO PECIOLA – ALIAS de IL MANIFESTO

“coordinate psichedeliche e shoegaze, saporiti intrecci di chitarra che toccano i Loop, i Primal Scream dei primi lavori, Swervedriver e scavano fino ai Television di “Marquee Moon” e a certe esperienze del Paisley Underground. Nonostante i riferimenti palesi il risultato finale è originale, personale e raramente praticato nella Penisola. Ottimo” – ANTONIO BACCIOCCHI – RADIOCOOP

“il debutto discografico degli Stolen Apple si muove sulle insicurezze e la precarietà quotidiana senza scivolare mai, ma gridando con forza, urgenza, necessità quanto la fragilità oggi debba essere rispettata, se non addirittura preservata” – FULVIO PALOSCIA – LA REPUBBLICA

“Un lavoro che, nonostante non sia propriamente un album di debutto, visto che i fiorentini hanno alle spalle anni e anni di “palco”, risplende ancora di una seducente ingenuità, proprio quella da eterni ragazzi che guardano sempre il sole tramontare e si portano ovunque la chitarra” – ROCKIT – MATTIA NESTO

“Trenches è freddo e spietato, atmosfere oniriche fanno compagnia a testi di cui ci sembra già di immaginarci la storia che c’è dietro: voci distorte, e lamenti di disagio e malinconia. My friends are gone si canta rabbiosamente nella quinta traccia, Falling Grace. Ci si perde facilmente in questo disco da non lasciarsi sfuggire” – MORGANA GRANCIA – TROUBLEZINE

“un album che ha il grande pregio di lasciarsi ascoltare, portando chi vi si accosti in atmosfere così interessanti da tornare in continuazione nel lettore per lasciarsi assaporare e scoprire passo dopo passo. Ed in tempi fatti di musica usa e getta, gli Stolen Apple si candidano al ruolo di gruppo da seguire assolutamente” – MARCELLO MATRANGA – MESCALINA

“il gruppo Fiorentino esordisce con un disco nomade che si diverte a transitare da un vortice psichedelico ad un turbinio post rock attraverso ingentissime contaminazioni alternative ed indie, sfoggiando così la poliedricità e la varie sfaccettature sonore che ne derivano” – GIOELE AMMIRABILE – TUTTOROCK

“quello degli Stolen Apple appare come un lavoro estremamente ricco di energia, forse il primo step di una carriera altrettanto rockeggiante e piena di vitalità”. OCAROCK

Stolen Apple – Falling Grace (Video Ufficiale)

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